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Magnifico gioco di ruolo in formato Play by E-Mail...giunto al suo quarto anno di attività!
 
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 Vathi - L'oscura presenza

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AutoreMessaggio
Erik il Rosso
Locandiere ciccione
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Numero di messaggi : 380
Età : 43
Localizzazione : Lucca
Data d'iscrizione : 14.09.07

Scheda PG
Punti esperienza:
7/100  (7/100)
Health Points:
0/133  (0/133)
Magic Points:
0/394  (0/394)

MessaggioTitolo: Vathi - L'oscura presenza   Ven Set 14, 2007 11:41 am

nome: Vathi
razza: Umano mezzo non-morto (vedi background)sesso: M
professione: Assassino
età: 19
allineamento:neutrale malvagio.

aspetto: Altezza -1. 86 Peso -72kg. Occhi -ghiaccio Capelli -biondi molto chiari. La carnagione pallida e i lineamenti molto magri, tra i segni particolari circa metà del corpo, la parte destra dalla spalla in giù, è molto scarna, come deperita, presentando inoltre zone nerastre, dal colore cancrenoso. Per ovvie ragioni Vathi mantiene ben coperta tale parte, attraverso l’uso di abiti lunghi, stivali e guanti. Predilige, per via della sua professione, abili scuri.

carattere: Solitario e scaltro, intrattiene di rado sinceri rapporti umani, poiché preferisce utilizzare l’inganno e la simulazione per fingere sentimenti spesso a lui estranei.
La freddezza e cinicità lo contraddistinguono nelle relazioni
interpersonali, tenta continuamente di mettersi alla prova nell’arte
dell’omicidio, per la quale manifesta un’inclinazione spesso perversa.

storia: <<La prima volta che vidi il Maestro?.. Si, lo ricordo ancora bene: era una notte buia senza luna quando il Maestro giunse al sepolcro dove vivevo con mio padre. I due già si conoscevano, o almeno così mi parve quella notte, dal tono con cui si parlavano, ma non avevo mai visto quell’uomo prima, avvolto in una tunica scura completamente imbevuta della pioggia impietosa e fragorosa di quella notte, il volto nascosto dal cappuccio di quella, dalla quale usciva solo un guanto di pelle, anch’esso nero, a reggere la lanterna che illuminava, con il suo bagliore fioco, l’antro del sepolcro.. di casa..
Seppi più tardi che il Maestro era venuto per riscattarmi, offrendo dieci bambini in cambio a mio padre.. o meglio al vampiro che mi teneva con se fin da quando ho memoria, provvedendo alla mia sopravvivenza e al tempo stesso usandomi come nutrimento.. e questo a me pareva affetto..
Ma mio padre rifiutò, anche lui, come il Maestro, si era accorto che c’era qualcosa in me.. il Maestro non si è mai spiegato bene al riguardo, eccetto per un certo “legame con la morte” che sostiene io abbia fin dalla nascita..
Tempo dopo il rifugio di mio padre giunse all’orecchio di un paladino che, per quanto mi riguarda, non credo sapesse della mia presenza all’interno del sepolcro; infatti un pomeriggio fui svegliato da un forte calore e da un odore acre di bruciato: qualcuno aveva appiccato il fuoco!
Non potevo, e forse neanche volevo veramente, fare nulla per quel vampiro, così cercai riparo nel suo studio, la parte più interna del sepolcro; ma presto il fuoco raggiunse anche quel luogo, allora, incalzato dal calore e dalle fiamme che già sentivo correre su per i lembi delle mie vesti, presi una pergamena, che stava dispiegata sul tavolo, alla quale mio padre lavorava da tempo, e lessi, lessi più forte che potevo, lessi disperatamente, finché il fumo non mi riempì i polmoni, come carboni ardenti le parole mi morirono in gola..
Non sapevo quanto tempo era passato dall’incendio, ma infine riaprii gli occhi alla luce di una lanterna, e ciò che vidi era il volto del Maestro, al centro della stanza in cui stavo coricato, nei suoi occhi lividi potevo leggere meraviglia e soddisfazione e quando la sua rugosa bocca, sovrastata da un naso aquilino, si spalancò nel mezzo di lunghe ciocche corvine, disse: <Allora non mi sbagliavo..> compiaciuto <..ora più di prima vicino alla
morte, non so come, ma il sogno aveva previsto che sarebbe successo, per metà vivo e per metà morto, sei proprio colui che cercavo, d’ora in poi il tuo nome sarà Vathi.. Vathi il “mezzo-morto”.>
Più tardi ebbi modo di capire a cosa si riferiva: ero sopravvissuto a
quell’incendio, ma il prezzo era stato alto, metà del mio corpo, la parte destra, consumata dalle fiamme, era rinata attraverso la magia nera della pergamena, ed era ora pervasa da un’essenza che traeva origine al di là della vita, direttamente oltre il sudario, il regno dei morti; metà del mio corpo era ormai quella di un essere non-morto, alimentata non dal cibo che ingerivo o dall’aria con cui avrei potuto ancora riempire ciò che rimaneva dei miei polmoni, arsi dalle fiamme, ma dall’inestinguibile sete di sangue che mi sostenta e mi fa sentire “vivo”..
Trascorsi gli anni seguenti in quel luogo, sotto la protezione del Maestro, che tutti li, in quella che appresi essere una gilda di assassini, chiamavano “Anziano”, e fu lui ad insegnarmi tutto ciò che c’era da sapere sul mondo, ad addestrarmi nell’uso delle armi e soprattutto nell’arte dell’omicidio e dell’inganno.. forse anche questo a me sembrava affetto..
Finché arrivò il giorno in cui entrò nella mia stanza un uomo che non avevo mai visto prima, ma che vestiva un uniforme comunemente usata all’interno della gilda, mi ordinò di seguirlo e io, forse per curiosità, obbedii.
Giunsi così in una stanza circolare, con un alto soffitto e pareti
completamente in pietra, dove stavano seduti, su degli spalti a qualche metro d’altezza tutt’intorno, gli esponenti più importanti della gilda, fra i quali c’era anche il Maestro, con un espressione torva e preoccupata impressa sul volto.
Poco dopo giunse nella stanza un ragazzo che, a guardarlo, doveva avere all’incirca la mia età, ma fisicamente più robusto e forte.. a guardarlo..
Dagli spalti si alzò in piedi un uomo con una toga scura che disse: <Ora vedremo se vale davvero quanto sostieni..> prima piano al maestro, <Che sopravviva il migliore!> aggiunse più forte, con le braccia distese e i palmi delle mani rivolti verso il centro della stanza, verso di me.. di noi..
Quando mi volsi verso il giovane robusto notai con orrore che questi aveva già estratto il pugnale che teneva legato alla cintura della tunica e, con lo sguardo acceso di determinazione omicida, ne stava portando rapidamente la lama in direzione del mio basso ventre.
Non feci in tempo a ritrarmi che accusai un lancinante dolore all’addome.Il colpo fu talmente violento e inaspettato che persi quasi l’equilibrio, mentre barcollavo per cercare di reggermi sulle gambe e allo stesso tempo portarmi una mano alla ferita sanguinante.
E’ finito tutto dunque? E’ questa la morte? Pensavo già tra me mentre la vista si annebbiava, sull’immagine della mia mano sporca i sangue.. sangue fresco e vivo; in quella frazione mi tornarono alla mente ricordi spezzati e frammenti di immagini della mia infanzia presso il sepolcro e, quasi istintivamente, mi portai quel sangue alle labbra, per assaporarne il gusto..
Quasi immediatamente sentii che l’energia tornava a pervadere il mio corpo, sentivo gli occhi iniettarsi di sangue e correre freneticamente sul corpo del mio avversario, che nel frattempo mi aveva dato le spalle, credendomi finito, finché, con estrema lucidità e spietatezza scattai in avanti verso di lui, la mano destra protesa in direzione della sua nuca.
Quando dalle facce attonite degli astanti il giovane si rese conto di aver commesso un imperdonabile errore (soprattutto per un aspirante assassino) era troppo tardi: lo afferrai alla base della testa, con il palmo sulla nuca e le dita, allungate e deformate dall’incantesimo, strette con forza inumana intorno al cranio, in una morsa letale che ne impedisse qualsiasi torsione e, sfruttando lo slancio dello scatto, lo portai a sbattere rovinosamente il viso contro il muro sotto gli spalti.
Il tonfo sordo del cranio del giovane si ripeté più e più volte, cinque, dieci, venti, senza che nessuno intervenisse, come un macabro rituale, che compievo animato di un’estatica frenesia sanguinaria, finché la parete non si tinse di sangue misto a materia cerebrale, finché di ciò che mi trovavo a stringere in quella mia mano maledetta che una poltiglia amorfa di ossa frammiste a materiale organico e sangue, finché, esausto e ansante, caddi
genuflesso al suolo.
Fu allora, per la prima volta, che mi sentii realizzato, nel sentire quel fiume rosso scorrere lentamente giù per la gola, fino a riempirmi le viscere, mi sentii per la prima volta.. vivo.
Da allora capii che avrei provato la voglia di vivere solo nel dar la morte agli altri, era a questo che mi servivano gli altri esseri, per questo avevo bisogno di loro e non avrei smesso di sfruttarli mai, fino all’ultimo..
Alla gilda mi reputarono troppo pericoloso e perverso persino per i loro scopi, così il Maestro si assunse la responsabilità di “eliminarmi”, ma sapevo che c’era dell’altro in serbo per me..
Prima di separarci mi disse che se gli altri della Gilda degli Assassini fossero venuti a sapere che ero ancora vivo avrebbero cercato di eliminarmi.. per quanto riguardava lui non c’era da preoccuparsi: <l’Arcano é d’accordo..>.
Bhe, ora sai tutto, se ciò potrà esserti utile per il trapasso.. adesso
fatti sotto.. fammi sentire vivo.>>
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